mercoledì 26 ottobre 2011

Ogni cosa a suo tempo

Fino al 20 novembre l’arte contemporanea è protagonista alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo: infatti, è in corso il terzo capitolo di Ogni cosa a suo tempo progetto a cura di Stefano Raimondi, Paola Tognon e Mauro Zanchi in collaborazione con la Fondazione Mia.

La mostra vede David Adamo e Ettore Favini, due artisti contemporanei rappresentativi del panorama artistico nazionale e internazionale, confrontarsi con i suggestivi spazi degli antichi matronei della Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, normalmente chiusi al pubblico. Gli artisti hanno pensato e realizzato le opere appositamente per i grandi spazi della Basilica, creando lavori site specific di forte impegno e rilevanza.

David Adamo, artista americano di stanza a Berlino, crea sculture e installazioni che originano nello spazio equilibri precari, svuotando gli oggetti della loro materialità.

I tronchi in legno di cedro aggrediti e scavati dall'artista in una relazione consapevole con la storia della scultura, identificano anche un’operazione performativa di cui i trucioli alla base segnano l’azione trascorsa nel tempo. Concependo l’atto creativo come faticosa lotta con la materia, quest’ultima è manipolata “per via di levare”, aggredita a tal punto da diventare fragile e inconsistente. L’artista dissemina lo spazio espositivo di frutti plasmati nel gesso, le cui lacune generate da morsi diventano emblema dell’equilibrio infranto, resti abbandonati di un uso incompleto.

Ettore Favini, artista manipolatore di idee e progetti, di pensieri e spazi, realizza per la Basilica due opere di rilevante valenza poetica e simbolica, incentrate sulla tessitura, come metafora della vita. La prima vede la realizzazione di un grande ordito in lana, un ordito che è tessuto senza la sua trama, ad indicare le molteplici possibilità di una vita che inizia. La seconda opera dal carattere più autobiografico, si compone di un telaio ricavato dal tronco di un albero della casa natale dell'artista, sul quale il tessuto filato vuole segnare, nell'elaborazione anche cromatica tra ordito e trama, la traccia delle esperienze vissute.

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