sabato 19 novembre 2011

Giungla d'Asfalto

C'è stato un periodo in cui sembrava che i graffiti avrebbero conquistato il mondo: un movimento cominciato come espressione di gente proveniente da paesi tropicali che vivevano in un contesto monotono fatto di mattoni di colore grigiastro e marrone pallido, circondato di asfalto, cemento e fragore, esplose con enorme vigore, come per proteggere la sensuale carnalità che faceva parte del loro bagaglio da una macadamizzazione della psiche, salvare la parete biamaca della loro mente, privata di ogni stimolo, dipingendola con gli alberi giganti e le piccole piante delle foresta pluviale, e come quella giungla, ogni pianta (grande o piccola) parlava all'altra, vivendo nella profusione e nell'armonia della foresta.

Nessuno scriveva sul nome di un altro, nessuno disegnava cose oscene, perchè questo avrebbe distrutto l'armonia: per tutta la città fiorivano nomi, fu una vera e propria comunione, finchè ogni muro pubblico (fisso o mobile), ogni scuola moderna che sembrava una vecchia fabbrica, ogni vecchio capannone di periferia, ogni tabellone e ogni poster pubblicitario e gli atri di tutti i casermoni popolari, simili a prigioni, furono ricoperti da un fogliame di graffiti che arrivavano a oltre due metri d'altezza, a volte superavano anche i tre metri nei posti dove valeva la pena metterne uno sopra all'altro.

Ah, se la cosa fosse andata avanti: ora questa intera città fatta di orridi casermoni anonimi sarebbe tutta ricoperta di colori. I writer sarebero potuti diventare degli scalatori, arrampicandosi con i loro chiodi lungo palazzoni pieni di appartamenti costosi e mondani sulla costa est degli anni sessanta e settanta, New York e poi tutto il mondo avrebbero potuto cambiare aspetto, e il sovrapporsi di nomi e colori, quelle piccole onde di ego che si riverberavano le une sulle altre, avrebbero potuto sollevarsi, come una piena per ricoprire le mostruosità dei muri del Ventesimo Secolo, con la loro astrattezza tecnica e vuota, dove nessun disegno aveva mai avuto la meglio sul rapporto di costruzione più lucroso (e dunque più monotono) implicito in una fattura di dieci o venti milioni di dollari

Norman Mailer

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