giovedì 17 novembre 2011

Metal Recycling



La fotografia digitale inventa paesaggi plausibili dall’impatto stravolgente

Le nuove nature del mondo tra reale e artificiale

Visioni estreme come atto di responsabilità per un “altro” futuro

Svetlana Ostapovici rispetta le urgenze iconografiche dell’opera, direi che tutto il suo percorso è una sfida di equilibri e contaminazioni, una tensione costante per amalgamare messaggio e forma finale, senza che uno prevalga mai sull’altro. Non era facile visto il medium prediletto: la fotografia. Ancor meno facile quando la tecnica digitale costruisce paesaggi altri che inventano una seconda realtà sulla base del mondo concreto. Le immagini provocano reazioni, sfidano lo sguardo con le loro vertigini urlanti. Si vestono di epidermidi solide che vibrano con lo stridore vivo di pietre, metalli, legni, plastiche… La natura urla la sua sofferenza e l’opera ne amplifica le passioni, si trasforma nella cassa acustica che fa risuonare la fibrillazione instabile del Pianeta. L’artista moldava ascolta le ferite del paesaggio, carezza la patologia tumorale che lacera l’eden perduto. Guarda con amore il disagio ambientale, senza alcun disgusto o toni nichilistici, mostrando invece la luce dietro ogni tragedia, elaborando un lutto in forma di lotta. Le sue visioni, pur criticando la cultura del benessere postcapitalista, vanno oltre la retorica del problema e cercano gli spazi d’adattamento, l’alchimia dialettica tra opposti, una sorta di continuità storica che stabilisca le ragioni del reale in mutazione. La Ostapovici ci racconta il lato sporco del Pianeta senza alcun moralismo; preferisce l’emozione lucida e il senso di protezione verso l’elemento debole, sottolineando la natura ciclica degli eventi e l’ineluttabilità del cambiamento. I suoi progetti vanno nella direzione della bellezza pericolosa ma necessaria, dentro la consapevolezza del problema, oltre il muro della nostalgia. Ogni opera parla con frasi metalliche, come avrebbero fatto James G. Ballard e Kurt Vonnegut se al posto delle parole avessero scelto le immagini. E’ l’arte visiva che incarna l’esperanto della visione globale, un codice aperto alle interpretazioni e al fluire della contemporaneità. E’ il quadro che si assume la responsabilità del futuro.

A proposito del ciclo “Metal Recycling”: Enormi accumuli di materiali compattati, una sorta di biblioteca a cielo aperto dove al posto dei libri spuntano le memorie compresse della civiltà industriale. Su questi spazi si stagliano sculture figurative di chiare simbologie morali, ricreando alchimie fotografiche in cui convive l’elevazione del pensiero (la scultura) e lo scarto dell’azione umana (la discarica). Cultura e vita, istinto e ragione, bellezza ed orrore: tutto si mescola in una visione che reinventa il reale sulle ceneri dell’eccesso collettivo.

A proposito di alcune opere site specific: Installazioni create sulle misure e caratteristiche degli spazi prescelti, secondo fisionomie morali che coincidono con le ragioni tematiche del singolo progetto. Gli inserti digitali dei cicli fotografici trovano qui una natura spaziale che ridefinisce le relazioni tra quadro e volumi scultorei. Opere ad alto impatto emotivo che riprendono l’estetica e i contenuti cari all’artista.

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