sabato 5 novembre 2011

Spazi in Atto

La Fabbri Contemporary Art, via Stoppani 15/C - Milano giovedì 10 novembre dalle ore 18.30 presenta la prima mostra personale in Italia dell’artista scozzese Alan Johnston.

Nato a Edimburgo nel 1945, Johnston è noto a livello internazionale e riconosciuto come uno degli artisti più interessanti della sua generazione. Tiene la sua prima esposizione personale a Düsseldorf nel 1973, nella Galerie Conrad Fischer e da allora si contano numerose le partecipazioni a mostre collettive in tutto il mondo nonché le personali in prestigiosi spazi pubblici e privati.

Nel 1997 il suo lavoro, in bilico tra minimalismo assoluto, contaminazione dello spazio e riflessione sull’architettura e sulle strutture che la reggono, è proposto al Whitney Museum, a New York; nel 2000 alla Tate Gallery a London, nell’ambito di “Intelligence. New British Art”, consacrando definitivamente la sua ricerca all’attenzione del pubblico e della critica. Sempre nel 2000 il Prefectural Centre for Contemporay Art di Osaka, in Giappone, ospita una sua personale, nel 2002 sarà la volta del Museum of Fine Art di Houston, in Texas e, recentemente, nel 2010, nei 450 metri quadrati di spazi espositivi della Henry Moore Foundation, a Leeds, nel West Yorkshire in Inghilterra, propone una summa del suo lavoro e della sua ricerca, poi documentata da un corposo volume con testi di Penelope Curtis, Gavin Morrison e Charles Esche. Nelle quattro sale di Fabbri Contemporay Art, AlanJohnston interverrà come è solito fare: evidenziando e rilevando gli spazi, senza mai modificarli in modo irreversibile o deformarli, realizzando degli interventi a parete tesi a relazionarsi con la struttura e l’ossatura della galleria, desideroso come è di attivare gli spazi in cui si trova ad operare, esaltandoli, evidenziandoli, come volesse sottolinearne le regole e le segrete armature.

Ai margini delle pareti, mai al centro, mai nel punto chiave, si collocano invece lavori realizzati su pannelli di legno con grafite, carboncino, cera d’api e gesso: decentrate eppure centrali, queste opere di piccola dimensione, bianche e nere, piene e vuote, quasi delle finestre, rendono fisica e palpabile l’idea di un pieno mai pieno così come pure di un vuoto mai vuoto… confermando il desiderio di Alan Johnston di proseguire la sua riflessione sul rapporto forma – percezione – oggetto.

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