martedì 27 dicembre 2011

I miei dipinti si inchinano a Dio



Nel Futurismo vi è stata probabilmente una dialettica tra due posizione artistiche e concettuali tra loro contrapposte. La prima era orientata a scoprire la forza primogenia e creativa della materia, evidenziando la bellezza in lei trattenuta: posizione che ha fecondato il Novecento, ereditata da Fontana, da Burri, per poi passare all'Arte Povera ed essere interpretata in maniera creativa nei nostri giorni da Ignazio Fresu.

La seconda posizione era orientata alla trascendenza: una dimensione spirituale che prima si è espressa nelle meditazioni sulla velocità di Balla, una liberazione dal peso dell'essere, per ottenere  la leggerezza dell'anima, poi nell'aeropittura, che raggiunge il culmine nell'esperienza dei futuristi torinesi che capitanati da Fillia, Oriani, Diulgheroff e Rosso affermano che i loro quadri

"rompono nettamente il cerchio della realtà per indicare i misteri di una nuova spiritualità"

e nelle opere cosmiche di Prampolini.

Posizione ereditata da De Dominicis e che oggi vive nelle ricerche del maestro Antonio Fiore.

Un processo analogo è forse avvenuto nella Transavanguardia: partendo da un'analisi, forse fuori tempo storico, dell'Uomo in chiave espressionista, da una parte Cucchi ha realizzato  un linguaggio fondato sul cortocircuito tra forza narrativa del segno e seduzione formale della materia, mentre De Maria ha al contrario ricercato una dimensione mistica, ben evidenziata nella sua mostra al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, curata da Achille Bonito Oliva e da  Marco Bazzini.

Mostra in cui sono presenti operedegli anni Novanta e Duemila, con alcune brevi incursioni dai periodi precedenti, centrata sul colore, sintesi tra tensione verso l'Infinito e desiderio d'intimità.

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