domenica 8 gennaio 2012

Dance Me to the End of Love



Venerdì 27 Gennaio 2012 ore 17 si inaugura la mostra Dance Me to the End of Love di auroraMeccanica a cura di Simona Gavioli presso SpazioBlue, via Gandino 3, Bologna.

“Par l'art seulement nous pouvons sortir de nous, savoir ce que voit un autre de cet univers qui n'est pas le même que le nôtre, et dont les paysages nous seraient restés aussi inconnus que ceux qu'il peut y avoir dans la lune. Grâce à l'art, au lieu de voir un seul monde, le nôtre, nous le voyons se multiplier, et, autant qu'il y a d'artistes originaux, autant nous avons de mondes à notre disposition, plus différents les uns des autres que ceux qui roulent dans l'infini et, bien des siècles après qu'est éteint le foyer dont il émanait, qu'il s'appelât Rembrandt ou Vermeer, nous envoient encore leur rayon spécial.” 


PROUST, Le Temps retrouvé, 1922

"Dance Me to the End of Love" è una canzone di Leonard Cohen del 1984. Nel testo romantico, emozionante, commovente e pieno di metafore si racconta un frammento della storia tragica e senza ritorno di un momento storico molto difficile. Gli uomini danzano speranzosi accompagnati dalla loro forza per combattere la paura, il tormento e l’attesa. Questi uomini immaginano di ballare, stretti, avvinghiati, legati da un cordone ombelicale come quello che lega l’amore di una madre per il
proprio figlio. Un amore che è quello per la vita, la famiglia, la speranza, o la propria donna.


Una danza, lenta e fiduciosa, tra le note che scandiscono l’avvicinarsi della fine. La danza ci racconta attraverso il corpo che, come ne “l’Euritmia” di Rudolph Steiner, si associa alla musica e alle parole per tradurre, con il movimento, i principi armonici delle manifestazioni universali. Nel susseguirsi dei movimenti corporei che immaginiamo mentre aguzziamo i sensi appare chiara la distinzione tra “Korper”, inteso come corpo-casa, oggetto passivo e materiale, e “Leib” corpo/energia, elemento vitale ed essenza spirituale capace di azioni, corpo vivente, energia e principio esistenziale che
permette di coglierne l’identità. “Conducimi fino alla tua bellezza con un violino ardente, conducimi attraverso il panico finchè potrò essere al sicuro, alzami come un ramo d’ulivo e diventa la colomba che mi riconduce a casa conducimi fino alla fine dell’amore”.


La danza ci culla, ci sveglia ci impone di specchiarci e tirar fuori la nostra personalità. Perché la danza è, unitamente al linguaggio del corpo, il modo più forte, diretto, efficace, ed immediato, attraverso cui l’uomo comunica. Nel testo di Dance Me to the End of Love, chi danza fino alla fine dell’amore, instaura un legame singolare tra il proprio corpo e la propria anima ne crea un rendez–vous. La danza è capace di sentire la musica e tramutare ogni singola nota in movimento corporeo. Possiede la capacità di trasmettere i propri sentimenti, parla senza voce, arriva direttamente al cuore usando un solo linguaggio; quello dei gesti,dei movimenti, quello del corpo senza remissioni. .


Re–interpretata da Madelaine Peyroux nel 2005, questa canzone, risuona calda tra le mura, la sua voce si espande e si fa spazio nella memoria per non seppellire il ricordo, per renderlo indelebile esorcizzandolo a ritmo di jazz.


Al buio di una stanza gli occhi si affaticano cercando un punto di riferimento. “La gabbia” è li con tutta la sua immobilità, il suo essere vuota e fredda e il suo essere sospesa al soffitto. Lo sguardo incredulo, le mani in avanti ci illudono che non cadremo e non verremo risucchiati dall’oscurità, il nostro occhio guarda e nel guardare rimane incredulo alla vista di un fascio di luce che proietta la nostra ombra e quella della voliera sul muro di fronte. Danzare, toccare, e spingere sono le regole del gioco che come per magia, con una spinta lieve, fa fuoriuscire leggiadri uccellini liberi.


Danza fino alla fine dell’amore e della libertà sembrano cinguettare questi ubriachi volatili che rispondono alle
stimolazioni dello spettatore. Pennuti che chiedono di essere liberati, di volare più lontano che possono, desiderano stare insieme e sbattere le ali verso l’infinito. Un’opera ludica, spiritosa, allegra e magica che nasconde, al buio di una stanza, una riflessione ben precisa, un bisogno di attenzione che va oltre l’immagine iniziale oltrepassando la soglia dello stupore preventivo. “La gabbia” cosi come “Dove stiamo andando” (opere presenti alla mostra) hanno una “drammaturgia fenomenologica”, come raccontano auroraMeccanica. 


Si esordisce con un coinvolgimento dello spettatore attirato dal piacere estetico e poi si passa al gioco interattivo che affascina e colpisce emotivamente. Superato lo stupore, il fruitore si ferma all’osservazione degli altri e qui nasce il processo cognitivo che permette all’opera di crescere esponenzialmente e trasformare lo spettatore in autore e di essere parte integrante dell’opera.


La parola d’ordine di questa mostra è OSARE. Oltrepassare i limiti imposti ad un’opera d’arte, “non toccare”, immobilizzandosi di fronte ad essa. Toccala e falla danzare, fai dondolare la bambina sull’altalena o uscire gli uccellini dalla gabbia con una leggera propensione/spinta verso i tuoi desideri.


Liberati dalle regole. Infrengile per danzare fino alla fine dell’amore.

Simona Gavioli

auroraMeccanica. Gruppo artistico composto da Carlo Riccobono, Roberto Bella e Fabio Alvino, si occupa di videoinstallazioni interattive. Nel processo di elaborazione di un’opera, auroraMeccanica si interroga sul significato metaforico che un materiale tangibile possiede all’interno di una determinata cultura e società. La riflessione sull’utilizzo della materia e la sua commistione con l’immaterialità del video diventa il punto di partenza per sviluppare un’opera in grado di toccare tematiche e concetti più universali. Il risultato finale di questo processo si concretizza nella realizzazione di un’opera interattiva in cui l’intervento degli spettatori diviene fondamentale per il completamento del lavoro. La tecnologia e la materialità degli oggetti si fondono per permettere una partecipazione che diviene responsabilizzazione. I gesti e le azioni degli spettatori sull’opera sono simbolo di un approccio attivo e costruttivo nei confronti della società in cui vivono.

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