lunedì 25 giugno 2012

Antonio Fiore.. presenta le sue opere a Perugia, dal neofuturismo AGRA’ alla cosmopittura




Dopo i recenti successi romani con la partecipazione al Padiglione Italia della 54 Biennale di Venezia a Palazzo Venezia e con la personale da Tartaglia Arte, Antonio Fiore, definito dalla critica specialistica l’erede dei futuristi, approda a Perugia, ospitato dalla Provincia di Perugia, al CERP della Rocca Paolina, con una cospicua antologica che verrà inaugurata giovedì 26 luglio alle ore 18, per rimanere aperta fino al 26 agosto.

Per l’artista di Segni si tratta in realtà di un ritorno nel capoluogo umbro, poiché vi espose nel 1990 alla Galleria Il Sole.“Antonio Fiore dal neofuturismo AGRA’ alla cosmopittura”, curata da Massimo Duranti in collaborazione con Andrea Baffoni e Francesca Duranti, presenterà una settantina di opere, fra disegni, dipinti e sculture datate fra il 1978 e il 2012, articolate in sei aree tematiche che declinano il suo linguaggio: “Quadri messaggio di UFAGRA’ “ ; “Campi totali dello spazio”; “Fughe plastiche nello spazio”; “Foreste cosmiche segnaletiche”; “Il sacro di UFAGRA”; “Il celebrativo di UFAGRA’”. A corredo della esposizione verrà pubblicato un ampio catalogo edito da Gangemi Editore (la cui presentazione, in anteprima, è prevista per il 17 luglio p.v. alle 17,30 nella Sala Mostre e Convegni della Casa editrice di via Giulia 142, a Roma, con Carlo Fabrizio Carli e Giancarlo Carpi), con introduzione del curatore e ampi apparati biobibliografici, una inedita cronologia dell’attività dell’artista, nonché una completa antologia critica con testi – fra gli altri – di Giorgio Di Genova, Rossana Bossaglia, Giovanni Lista, fra i maggiori esperti di Futurismo, Carlo Fabrizio Carli, Gino Agnese, Gabriele Simongini, Claudio Strinati.

In occasione della inaugurazione, al CERP della Rocca Paolina, è previsto un concerto durante il quale sarà possibile ascoltare brani tratti dall’intrigante repertorio della musica futurista, rivista e corretta dai Legio Felix (Umberto Ugoberti, fisarmonica, Maria Fiorelli, voce, Andrea Agostini, clarinetto, con l’ausilio elettronico di Federico Ortica).

Antonio Fiore, nato a Segni nel 1938, studi universitari di economia alla Sapienza di Roma interrotti per una precoce, brillante carriera dirigenziale in aziende come ENEA, Gepi, Klopman, collezionista pignolo che con gli artisti voleva un rapporto diretto, non solo commerciale, dal 1978 comprende che poteva anche lui avere qualcosa da esprimere in fatto di arte e, stimolato da Sante Monachesi, noto pittore con un passato da futurista, fondatore nel 1962 del movimento neofuturista AGRA’, si mette a dipingere avviando il discorso dei “Quadri messaggio AGRA’ “ usando anche la tecnica del collage. Da allora, coniuga la ricerca artistica con l’attività manageriale, continuando ad avere rapporti con altri personaggi del mondo dell’arte come le sorelle Luce ed Elica Balla, figlie di Giacomo Balla, il grande protagonista del Futurismo, o come Francesco Cangiullo, futurista parolibero napoletano molto caro a Marinetti.

Comincia ad esporre in numerose città italiane e all’estero, ottenendo sempre successo col suo linguaggio di forme fiammiformi dinamiche e variopinte con le quali compone palinsesti fantastici ambientati nel sidereo, che all’inizio, con i quadri-messaggio, contengono brevi frasi, esclamazioni; quelle che i futuristi definivano “parolibere”, messaggi che presto spariscono per lasciare il campo unicamente al colore, pieno e piatto delle sue lingue che si attorcigliano e svettano verso dimensioni ignote. La prima personale è del 1980 alla Galleria “La Gatta” di Colleferro. Fiore si firma Ufagrà (Universo Fiore AGRA’), così battezzato artisticamente da Monachesi che lo presenta in catalogo.

Si susseguono le mostre nelle principali città italiane e all’estero e di lui comincia ad interessarsi la critica più qualificata, in particolare quella che si occupa dello studio e dell’approfondimento del Futurismo. E negli anni Ottanta, oltre a Monachesi, c’erano anche altri artisti che il Futurismo lo avevano vissuto in prima persona, seppure nella sua estrema stagione, e allora Fiore non poteva non avere con loro un rapporto. Fra questi Enzo Benedetto che nel 1967, convinto della continuità del Movimento marinettiano, aveva lanciato la “ Dichiarazione Futurismo Oggi” e un’omonima rivista e che raccolse inizialmente intorno al suo discorso futuristi come Gerardo Dottori, Tullio Crali, Alessandro Bruschetti, Osvaldo Peruzzi, Mino Delle Site ed altri.

Nel 1989 inizia un fecondo rapporto con lo storico dell’arte Giorgio Di Genova che segue tutt’ora l’artista, il quale gli cura una importante antologica nel Complesso Monumentale di San Michele a Ripa. E’ la stagione della “pittura a campo totale”.Verso la metà degli anni Novanta, l’artista sperimenta nuove forme da dare all’opera; nascono così i legni sagomati, dove i suoi motivi acquistano tridimensionalità, le “tempeste e le foreste cosmiche”. Nel frattempo agli esegeti di Fiore si sono aggiunti Rossana Bossaglia e Franca Calzavacca e poi Carlo Fabrizio Carli. La sua pittura si arricchisce di elementi polimaterici come l’acciaio che, oltretutto, riflette ed amplifica le forme di chi guarda il quadro. Del 2005 è un’altra mostra fondamentale dell’artista, al Vittoriano di Roma presentato da Claudio Strinati, Giorgio Di Genova e Rossana Bossaglia, come del resto quella del 2008 al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma, con testo di Gabriele Simongini ed inoltre quella del 2009 alla Galleria Vittoria di Roma, in occasione delle celebrazioni del Centenario del Futurismo, con testo di Giorgio Di Genova. L’anno passato ha esposto da Tartaglia Arte di Roma presentato da un lungo testo di Giovanni Lista, il noto storico del Futurismo che, per la prima volta, si interessa di Fiore. Lo stesso anno Sgarbi invita l’artista di Segni a Palazzo Venezia di Roma per la sezione laziale del Padiglione Italia della 54 a Biennale di Venezia.


Ufficio stampa

Francesca Duranti

fradurant@gmail.com

domenica 24 giugno 2012

Mondi Lontanissimi



In occasione del 32.Fantafestival di Roma,19 artisti contemporanei rileggono l'immaginario. Attraverso le loro opere tracciano un ideale ponte tra linguaggi, restituendo l'arte a quella dimensione visionaria e di fuga dalla realtà o sublimazione della stessa che le è propria.

Artisti: Mauro Antonini, Mauro Bellucci, Stefano Bonazzi, Francesca Caporilli, Daniele Carnovale, Daniele Contavalli, Francesca Gerlanda Di Francia, Fernando Di Nucci, Luca Giannini, Micalela Lattanzio, Simone Lettieri, Paolo Marianelli, Esteban Villalta Marzi, Matteo Mercaldo, Ilaria Piacenti, Tommaso Ragnisco, Ugo Spagnuolo, Rita Tagliaferri, Valentina Zummo Curatori: Pier Luigi Manieri, Raffaele Soligo

Centro culturale Elsa Morante, piazza Elsa Morante, Roma

sabato 23 giugno 2012

Inaugurazione mostra Area 35


INAUGURAZIONE LUNEDI’ 25 giugno dalle ore 19 alle ore 22 presso AREA 35 Via Vigevano 35 – 20144 Milano.
Telefono 339 3916899

@ studiooneiros@me.com

Area 35 , in collaborazione con NINBELLA ART ,  ha il grande piacere di presentarvi lavori unici degli Aborigeni Australiani. Ninbella rappresenta Artisti Aborigeni principalmente da “Utopia”, una grande comunità Aborigene che abita nel deserto dell’Australia centrale, nonche luogo di nascita di alcuni degli artisti Aborigeni piu importanti del movimento “Contemporary Australian Aboriginal Art”. Utopia e stata a lungo associata a questa movimento, che ora e riconosciuto come uno di piu  grandi movimenti estetici del 21esimo secolo (Robert Hughes, Art Critic, Writer and Journalist, New York).
 L’arte Aborigena di Utopia e I suoi artisti, oggi seguono la tradizione della loro piu famosa artista Emily Kame Kngwarreye che ha aperto la strada ad uno stile moderno e astratto riferito all’ “Awely” (Women’s Ceremony/Business) e rappresentata in un lavoro di raffinata finezza. “Awely” si riferisce al mondo cerimoniale delle donne, alle strutture sociali e alla loro espressione rituale. Le donne artiste dominano questa comunita’, mantenendo il loro ruolo tradizionale e cerimoniale, di raccoglitori di cibo, ommaggiato nelle loro opere d’arte, per raccontare le “Dreaming” per mantenere la legge, i costumi e la conoscenza rituale, assicurando la sopravivenza e il legame con la propria terra. Il “Dreaming”  (storie della creazione) - sta al cuore di capire l’arte aborigena.                                                        
Gli Aborigeni Australiani hanno da sempre interpretato il “Dreaming” come il centro della loro “religione” e vita.

I “Dreaming” sono tramandate da generazione in generazione e dipinte secondo strette regole totemiche e tribale.   Le tribu “Anmatyerre e Alyawarre” vivono sulle loro terre tradizionale, e sono considerati tra I primi abitanti dell’ Australia,stanziati in questa regione da circa 60,000 anni.
1978: le donne di Utopia hanno iniziato a dedicarsi alla pittura “batik” come mezzo per assicurarsi una fonte di guadagno. Il coordinatore di questo primo movimento e stato Rodney Gooch. Sotto la guida esperta di Gooch e la Central Australian Aboriginal Media Association I batik sono stati un grande successo, mostrando una crudezza e una vitalita mai viste prima. Anche Geoffrey Robert Bardon (1940-2003), insegnante d’arte del Dipartimento di Educazione Australiano, e stato determinante nel sviluppo dell’art movement e nel portare l’arte Aborigena Australiana all’attenzione del mondo. Nel 1988-1989: Le donne aborigene sono passate alla produzione di tele di piccole dimensioni con pittura acrilica, dal tratto ancora più distintivo rispetto al batik. Un certo numero di artisti ha cosi iniziato a produrre un’ arte totalmente diversa per senso del colore, creativita e ingegno, tale da stupire tutti. Emily Kame Kngwarreye e stata la prima artista di Utopia ad ottenere un grande successo internazionale, con le sue pennellate riccamente stratificate e composizioni astratte. L’arte segue storie tradizionale del “Dreaming”,(Dreaming e una traduzione imprecisa in Inglese, della parola Aborigena dalla tribu Warlpiri, “Jukurrpa”, che descrive origini e percorsi degli esseri ancestrali sulla terra e identifica i luoghi sacri in cui risiedono gil spiriti). Le storie degli artisti di Utopia non sono rappresentate in senso iconico o figurato, ma più in senso spaziale e tri-dimensionale.

venerdì 22 giugno 2012

C'ero una volta, personale di Anna Caruso



C’ERO, UNA VOLTA

Mostra personale di ANNA CARUSO

“Una volta, io ero.
Non un frammento, ma l’intero. Ero il sogno, compatto, che non temeva la realtà.
Ero il cuore di una fiaba. La bambina, la principessa. L’anima. Lo specchio nascosto in ogni stagno. La voce e la visione. L’infrangibile magia di una storia senza tempo.
Percorrevo i sentieri dell’innocenza, cercando luoghi di stupore. Poi, un giorno qualunque di un anno che non c’è, cerca, cerca… cammina, cammina… inseguendo un inganno ho smarrito la strada. Pollicino senza briciole, non l’ho più ritrovata!
Tutt’intorno non era bosco e non era notte. E non era neppure la luce lontana di un tunnel aperto al di là di una tana. Era rumore, piuttosto. Era un eccesso di luci e colori. Un caleidoscopio di vetri e ridondanti  fluorescenze. Era un tempo che non abita le fiabe. Era un’altra vastità. Sconosciuta e spaesante. Una dimensione capovolta, nella quale ero piombata all’improvviso. Come catapultata da un singhiozzo della storia. Forse per errore. Forse per capire. Forse per aprire un dialogo tra questo mondo e il mio.
Sullo sfondo di questo frastuono, la mia voce si racconta ancora. Rotta, come un giocattolo in disuso.
Ma tra i lacerti, ritrovo l’intatto cuore di una fiaba.”

Onirismi che si sbucciano tra gli spigoli della contemporaneità. Sono le fiabe esplose di Anna Caruso.
Alice, il Bianconiglio, Cappuccetto Rosso, Biancaneve: solitudini smarrite nell'irrealtà di un mondo che ha perso la capacità di ‘sentire’. E se l’arte è soprattutto visione, come affermava Jean Dubuffet, le visioni metropolitane di Anna Caruso si animano di personaggi simbolici, per indagare i vuoti del nostro tempo.
Le fiabe nascono come narrazioni dal chiaro intento educativo, e ciascuna di esse puntualmente si conclude con un lieto fine: Cappuccetto Rosso esce intatta dal ventre del lupo, Cenerentola, calzando a perfezione la sua scarpina di cristallo, riesce a sposare il principe,  Biancaneve si libera definitivamente dalla sua matrigna. Insomma, il buono ha sempre la meglio sul cattivo. Perché nelle fiabe i personaggi sono nettamente divisi tra buoni e cattivi, come in una sorta di etica manicheista. Tra le pagine di Carroll, Perrault o dei Fratelli Grimm i buoni vincono o si salvano, e tutti finiscono per vivere felici e contenti.
Non è esattamente quello che accade nelle opere della Caruso, in cui la trama della fiaba viene interrotta, e la sua eroina viene strappata dal contesto narrativo per essere letteralmente teletrasportata in una dimensione
che non le appartiene. È quel singhiozzo della storia, che come un sussulto sismico la spiazza, la infrange, e la disorienta.
Anna Caruso pone come principale operazione della sua azione pittorica una decontestualizzazione di evidente matrice duchampiana. Cappuccetto Rosso che vaga smarrita col suo cestino tra i cartelloni pubblicitari di una grande città, non è che un ready made: una creatura avulsa dal suo contesto originario e collocata laddove nessuno si aspetterebbe di incontrarla.
La scelta di decontestualizzare proprio le eroine di fiabe popolari, scaturisce dalla sua esperienza nel Cosplay (contrazione delle parole inglesi costume e play), gioco di origine giapponese che consiste nell'indossare costumi di personaggi della cultura manga, degli anime, o delle fiabe. Anna ha iniziato a giocare travestendosi da Alice. E questa Alice ha riportato a galla la bambina che un tempo è stata e che dentro è ancora. In un gioco creativo si è aperto un dialogo tra una donna e la sua innocenza: la bambina delle fiabe ha parlato all’artista in divenire. Fino a quando Anna non ha permesso ad Alice di entrare nel ‘quadro’. Alice ha preso cittadinanza oltre la trama della tela, insieme ad una serie di altri eroi ed eroine come lei, abolendo anche quella netta distinzione tra buoni e cattivi.
Con pennellate di colore acrilico accostate e giustapposte su tele preferibilmente serigrafiche, Anna dà vita ad un mondo dentro al mondo. Adottando una tecnica dinamica costruisce, con grande rapidità, architetture e anatomie, sovente colte in prospettive grandangolari.
Nei panni di Alice, Anna ha scoperto che l’apparente dissonanza tra quel costume e il contesto urbano può invece simboleggiare l’attuale condizione dell’artista, sempre in qualche modo fuori luogo, baconianamente ingabbiato in una realtà deformante e asfissiante. Ma proprio per questo capace di raccontarla.


Special Guest: I MOSTRI DI FILO
Goldie, Monsieur Crabe, Madame Pelosino... Due lunghe gambe e labbra smaltate, in equilibrio sui tacchi non sono meno sensuali di una tazzina ricoperta di pelliccia.
Parimenti impellicciati, parenti della tazza di caffè di Meret Oppenheim. "Colazione in Pelliccia". Sembrò assurdo prendere il caffè in questa celebre opera d'arte, prima ancora che fosse internata in un Museo.
Santo Cottolengo, Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Ospiti del Cottolengo sfrattati che hanno deciso di trascorrere le loro vacanze estive in galleria Famiglia Margini.
Mostri mostruosi! Monstrum, parola antichissima per definire quell'essere meraviglioso venuto da lontano, usata dagli antichi romani con felice stupore fino al giorno dell'arrivo dei popoli barbari.
Scherzi della natura e dinamiche interdette si mettono in scena nella triplice azione di pulsione e repulsione ...suspense. Prodigiose creature da rapire con un piglio feticista.

Filippo Corato, alias FILO, e i suoi Mostri nascono attorno ad un palloncino come i sogni di un fanciullo che recupera la magia in piccoli pezzettini di materia abbandonati, e li rende preziosi con squisiti giochi di fantasia.

C’ERO, UNA VOLTA
Mostra di Anna Caruso

A cura di Giovanna Lacedra e Grace Zanotto

Dal 17 al 28 Luglio
Galleria Famiglia Margini – via Simone D’Orsenigo 6 – Milano
Vernissage: 17 Luglio ore 18.30
[Dj Mantra + Performance]
Ingresso libero.
Orari: da martedi a giovedì dalle 14 alle 20 e su appuntamento chiamando il numero 328 7141308.
www.famigliamargini.com
famigliamargini@gmail.com

giovedì 21 giugno 2012

Io sottraggo a Striano




La violenza non si dimentica. 
Bisogna ricrearla per sbarazzarsene” 


[Louise Bourgeois]

Donne che si sfondano di cibo
 e vomitano infilandosi due dita in gola,
al fine di espiare una colpa che si radica molto più in là di una folle orgia alimentare.
Donne che si sfondano di cibo
 e non vomitano, creando –  con un corpo in dilatazione –  barriere con le quali
difendersi dal mondo e da una dimensione dell'affettività, che genera in loro
inadeguatezza e panico.
Donne che non mangiano
per dimostrare a se stesse e al mondo che le terrorizza,
quale alto dominio sono capaci di esercitare su sé stesse e sui propri appetiti.
Autocontrollo, perdita patologica di controllo.
Dispercezione, devastazione, perfezionismo e inibizione.
Desolazione del corpo, desolazione del cuore.
Donne che si riempiono di cibo.
Donne che si svuotano di sé.
Perché il dolore che le fa agire rigidamente e pulsionalmente,
è in verità un dolore  profondissimo.
Perché è di una rabbia ancestrale e di un’assenza remota, che si tratta.
Non di semplice fame.

Anoressia, Bulimia, Binge Eating, Obesità. Mali dell’anima, prima che del corpo.
Mali di un amore mai o mal vissuto. Mali di un amore forse mai ricevuto.
Mali di un amore che non ha nutrito. E che ci ha rese presentificazioni della sua assenza.
Un amore rotto, crepato, sbriciolato.
Come uno specchio, o come un pezzo di pane.
Un amore perduto prima di essere trovato.
Un amore scarno. Un amore violato.
Un amore abusato, come quel corpo che non sappiamo “indossare”.
Come quel corpo al quale non sappiamo dare tregua.
Abbuffarsi per sentirsi ancora sazie di quel vuoto.
Edificare, in luogo di quell’assenza, un’ideale. Una bugia.
Una parvenza che sappia dissimulare la pochezza.
Uno scudo, per le nostre ferite ancora aperte.
Una fortezza, perché nessuno possa attaccarci ancora.

Indossare l’ideale di un corpo impeccabile diventa l’unica salvezza.
Una salvezza da pagare a caro prezzo…
Un corpo  inappuntabile, ineccepibile, insostanziale, invisibile e indicibile.
Un corpo perfetto.
Un corpo in frantumi.
Frantumi di un amore sbriciolato, assemblati da un’illusoria caparbietà.
A costo della vita, svuotarsi da ogni dolore. Essenzializzarsi. Fino quasi a non “pesare”.
 E i tacchi a spillo si fanno piedistallo di un’assenza.

Alta, eterea, inarrivabile.
Ormai non potete più toccarmi.
Presto non sarò quasi più.
Ma questo mi fa sentire salva.
Dispercepisco me stessa e distorco la realtà
Su questi tacchi me ne sto, per sentirmi vincente.
Per rendere più convincente questa messa in scena.
Per essere distante.
Per evitare ogni contatto.
Perché nessuno tocchi ancora  le mie  piaghe.

La perfezione è una maschera. Il perfezionismo, una prigione.
L’anoressia è una fame infinita, tenuta in catene.
La bulimia è invece, una legione di appetiti che sconfina.
Attacca la roccaforte dell’ipercontrollo, l’abbatte, e disintegra ogni impalcatura scenica. L’architettura futuristica del sintomo è una città svettante,
che sale verso un ideale di emancipazione dall’amore e dalla sua mancanza.
Una scultura di Giacometti cammina nella città di Sant’Elia.
E tutto questo per  restare a galla.
È la paura che ci allontana dal cibo. È la paura che ci spinge verso il cibo.
È la paura di quel vuoto d’amore, che ci spinge a riempirlo di altro…
È la paura di quel vuoto d’amore che ci impone di dilatarlo, per abituarci ad esso.

Anoressia, Bulimia, Binge Eating, e Obesità sono espedienti autodistruttivi,
ricercati per sopravvivere a tutto il resto.
Per tentare di governare quel vuoto.
Per provare a non sprofondare.
Presto, però diventano vere e proprie dipendenze. Fino a trasformarsi in mortali patologie.
Cibo negato. Cibo abusato. Cibo-veleno. Cibo-eroina.
Cibo non più cibo.

Presto o tardi, però, l’impalcatura crolla.
Scendi dai tuoi tacchi a spillo con le ossa che sporgono e le dita violacee,
e se hai ancora un briciolo di forza, provi a rompere i silenzio.
Rimetti  le parole al posto del cibo.
E questo è il primo passo salvifico.
Tutto il resto è un lungo, faticoso cammino individuale, necessario per tornare a riappropriarti della tua vita, dei tuoi sogni, del tuo corpo, dei tuoi appetiti.

IO SOTTRAGGO è un grido contro il silenzio di chi non sa e non vuole vedere,
di chi ignora e superficializza. Di chi sceglie di non capire.
IO SOTTRAGGO vi costringe a guardare nel perimetro triangolare di questa verità.
IO SOTTRAGGO combatte l’omertà.
IO SOTTRAGGO è un’azione che crea e ricrea l'ingranaggio patologico,
rimettendo in scena le dinamiche ossessive anoressico-bulimiche.
Perché forse anche questa forma di violenza, come ogni altra,
va rivissuta, per potercene sbarazzare.


IO SOTTRAGGO.
LA TRIANGOLAZIONE CIBO-CORPO-PESO.
MUSEO CIVICO DI STRIANO – Piazza D’Anna – STRIANO (NA)
In collaborazione con Centro Culturale Arianna.

Live Performance: Sabato 7 Luglio 2012, ore 18.30
Mostra diari, foto e video:  dal 7  al 21 Luglio
Ingresso libero.
Info-press:
Tel. 081 8276261  /  081 943453    ----  Mobil Phone:  339 8835735 / 339 7547717
Mail: giovanni.boccia@email.it /  info@lorenzobasile.org/ iosottraggoperformance@gmail.com
Official Web Site: www.iosottraggo.it

giovedì 7 giugno 2012

L'Arte della Solidarietà




Il terremoto è un evento che, prima ancora che la terra, fa tremare l’anima. Non occorre esserne vittime dirette, che ti crolli il mondo attorno e che ti ritrovi, in pochi secondi, a ricominciare da zero. E’ un evento che genera panico, quello silenzioso e profondo che ti si radica dentro, minando alla base il castello di sabbia di certezze acquisite e fino ad allora indiscusse. E poi l’impotenza, l’impossibilità di fare qualcosa contro l’ineluttabile. Terrore panico che non ti lascia tregua. E pena, quella nobile, verso tante persone che in una frazione di vita, dopo tanto lavoro e tante speranze, si trovano senza più nulla. E’ un dovere etico, prima ancora che un obbligo frutto della necessità, operarsi per aiutare chi in questo momento vive la drammaticità degli eventi e l’angoscia per un futuro incerto. In questa ottica credo sia doveroso anche da parte di chi vive “la parte più bella del mondo”, l’arte, adoperarsi per aiutare chi ha bisogno ora più che mai. L’idea è quella, supportata primariamente dall’Accademia di Belle Arti di Bologna e dal Comune di Reggio Emilia (e di tutti quelli che vorranno aiuarci in futuro) di organizzare una raccolta di opere d’arte la cui vendita sia finalizzata alla precisa ricostruzione di un’edificio di pubblico utilizzo nelle zone terremotate. Nei prossimi giorni cercheremo di individuare un obiettivo preciso, senza percorrere le insidiose e generiche vie di una solidarietà qualunque.


A questo progetto, che non ha altro protagonista se non l’aiuto alle popolazioni colpite, sono chiamati a partecipare artisti d’ogni parte d’Italia, curatori, critici e galleristi dalle formazioni più disparate, semplici cittadini. Ad ognuno di loro verrà semplicemente chiesto di donare un’opera che successivamente, sotto l’egida ed il severo controllo di un ente onlus (che stiamo cercando di individuare), entrerà a far parte di una mostra pubblica a Reggio Emilia prima di essere posta all’asta per devolverne il ricavato a favore delle popolazioni colpite. L’idea, maturata nelle ultime ore, è, come vedete, ancora in fase di definizione, ma pare urgente iniziare sin da subito nel diffondere l’iniziativa e raccogliere ideali adesioni. Maggiori ragguagli saranno forniti nei prossimi giorni mano a mano che il progetto prenderà forma e contenuti. Abbiamo già raccolto l’adesione del Comune di Reggio Emilia e dei suoi Civici Musei e nelle prossime ore si avvieranno i primi incontri per iniziare a concretizzare quella che ora è solo una semplice idea.


Chi intende partecipare può inviare la propria adesione a: lartedellasolidarieta@gmail.com

Alberto Agazzani

Invito tutti gli artisti amici di Quaz Art a partecipare numerosi a questa iniziativa

martedì 5 giugno 2012

Ignazio Fresu a Gradisca



Più invecchio, più sono convinto che l’Italia non meriti l’Arte Contemporanea. E quanto è successo a Ignazio Fresu a Gradisca d’Isonzo conferma sempre più la mia opinione.

Cerco di riassumere la vicenda per chi non la conosce. Ignazio, in collaborazione con l’associazione “Gradisc’Arte”, che gestisce la galleria d’arte La Fortezza ha realizzato lungo la via Bergamas, un’installazione di cinque pannelli, evoluzione di quanto presentò al Viandante e la sua Ombra, con protagonisti panni e indumenti adagiati come fossero stesi ad asciugare.

Pannelli che vogliono fare riflettere sulla caducità dell’uomo, sugli sprechi della società globale, sui drammi quali l’Olocausto, le vittime dell’amianto, l’immigrazione.

Non l’avesse mai fatto: il parroco della cittadina, invece di occuparsi della cura delle anime, ha aizzato una canea contro le opere d’arte, chiedendo la loro rimozione, al grido di

L’arte è anche provocazione, ma dovrebbe ispirarsi al bello e non alla depressione

Data la mia formazione, mi è già difficile introdurre il concetto di etica nell’Arte… Ma quello di depressione, secondo me, è veramente una forzatura…

Che avrebbe detto il parroco dinanzi alle opere di Grunewald, ad esempio, con tutto quel sangue e quel dolore ? Non è anch’essa deprimente ?

In verità, Ignazio, con i simboli archetipi che crea, apre delle finestre sugli abissi della nostra anima. Per guardarli, bisogna avere coraggio… Cosa che forse manca a chi lo contesta.

Il mito del vero 2012, Apokalips a cura di Giovanni Maria Prati




ARTISTI IN MOSTRA


Dario Arcidiacono • Angelo Barile • Daniela Benedetti • Alberto Bertoldi • Alfonso Bonavita • Alessandro Bulgarini • Saturno Buttò • Gianluca Capozzi • Felipe Cardena • Maurizio Carriero • Daniela Cavallo • Tiziana Cera Rosco • David Dalla Venezia • Antonio De Luca • Paolo Dell’Aquila • Fulvio Di Piazza • Vittorio Emanuele • Ugo Levita • Anna Madia • Gian Ruggero Manzoni • Claudio Monnini • Nicola Nannini • Paola Nizzoli Desiderato • Claudio Onorato • Simone Pellegrini • Stefania Pennacchio • Lorenzo Perrone • Enrico Robusti • Marco Nereo Rotelli • Alessandro Russo • Doriano Scazzosi • Roberta Serenari • Dino Valls • Nicola Verlato • Conor Walton • Andrea Zucchi

2012, quindi, Apocalisse. Non tanto come catastrofe e dramma ma più profondamente quale manifestazione di verità, quale radice della comunicazione, origine della visione, glorificazione della figurazione. Apocalisse sociale ed ambientale, economica, esistenziale, solitaria. Rivelazione metaforica e corporale, simbolica, ironica, buffa. Quindi ritorno alla pittura narrativa ricca di idee, e alla performazione plastica, carica di simboli e significati.

Come i Libri Bianchi di Lorenzo Perrone, la ceroplastica di Paola Nizzoli e le porte di Stefania Pennacchio. Un indagine artistica con 36 artisti e più di 40 opere inedite, la maggior parte delle quali recenti o recentissime, pensate ad hoc per Apokalips, di vario formato e differente tecnica e stile, ripartendo da una nuova traduzione dal greco del Libro di Giovanni, sintesi di tutte le Sacre Scritture e densissimo di immagini e immaginari. La mostra è arricchita con l’esposizione, grazie alla collaborazione con Temple M. Franciosi e Aldo Ramazzotti, della preziosa copia anastatica di Cosimo Panini della Bibbia di Borso d’Este (1461,) salvata e venerata da Treccani, capolavoro assoluto che oggi sembra una irresistibile graphic novel nelle sue essenziali ma eloquenti miniature.

All’ingresso dello spazio espositivo, un video realizzato da Hall 9000 Haltadefinizione dedicato al Cenacolo di Leonardo mette in evidenza dettagli del capolavoro in dialogo con citazioni del libro dell’Apocalisse di Giovanni. Il catalogo si arricchisce di approfondimenti culturali con gli interventi
scritti di Franco Baldini, psicanalista, direttore scientifico della Scuola di Psicanalisi Freudiana, si è anche occupato di ermeneutica dell’arte con lavori su Botticelli, Guercino, Poussin e altri; Davide Liccione, psicologo e psicoterapeuta, Direttore della Scuola Lombarda di Psicoterapia cognitiva neuropsicologica, Aldo Pioli, critico e iconosofo, e Andrea Aromatico, giornalista, scrittore e studioso di saperi esoterici.

Dal testo del curatore:

“L’apocalisse quale categoria del tempo e dell’essere non è l’elogio della dissoluzione ma il canto
della ricostruzione e del riscatto. L’apocalitticità della percezione emerge quindi in un senso vibrante di attesa, nella visione di un processo vitale, di una dialettica vincente, che, se non riusciamo a cogliere nella sua intera potenza, la intuiamo però già in atto fra noi. Il verbo greco teleo ci conferma: l’apocalisse inizia con la nostra nascita e tende ad una conclusione, quindi alla perfezione, al raggiungimento di una meta ideale, significante. Teleo significa infatti: compiere, finire, pagare, terminare, e molti altri mondi. Come il latino facio, per cui l’opera perfetta è quella conclusa pienamente.


Non a caso secondo il racconto delle Dionisiache di Nonno di Panopoli il misterico Dioniso si unisce alla ninfa Nicea, e ne ha una figlia: Telete, la cui raffigurazione compare negli affreschi della Villa dei Misteri di Pompei. Per questo non è una fine, non è la fine del mondo ma il fine del mondo che interessa. ”

Il mito del vero 2012 | Apokalips
Grattacielo Pirelli
via Fabio Filzi 22, Milano
14 giugno – 27 luglio 2012
da lunedì a venerdì
dalle 15.00 alle 19.00
ingresso gratuito
info
www.ilmitodelvero.wordpress.com
apokalipsmilano@libero.it
mob. 335.6453998